Pensieri, note e divagazioni in modalità Mindfulness

Un proverbio tibetano recita “Osserva i tuoi pensieri come guardi i bambini giocare” e l’immagine che suscita porta colori diversi, rumore, turbolenze, litigi, rappacificazioni, risate, pianti, caos, disordine, movimento continuo e ogni tanto un po’ di calma. Proprio come accade nella nostra mente con i pensieri.

I saggi antichi ci insegnano molto sullo stato del mondo, sulle persone e su noi stessi. E scopriamo che una verità ricorre spesso: l’assicurazione che il bene e la calma tornano sempre, anche se questo ritorno arriva al ritmo lento di un anziano che pedala su una bicicletta sgangherata, magari il giorno dopo la catastofe.

i pensieri sono come bambini che giocano

Leggiamo con ironia per accoglierne la filosofia. Possiamo aprirci a queste visioni di caos e sofferenza e anche alla calma che subito dopo arriva ad appianare i contrasti e ristabilire il senso tranquillo delle cose e della vita. La nostra mente ci gioca strani scherzi quando ci racconta che la sofferenza non finirà e non ci lascia vedere la via d’uscita.

Mentre tutto sta saltando in aria, possiamo anche decidere di utilizzare il tempo a disposizione per un’evoluzione personale, come esseri umani invece che stremarci di fatica nella lotta contro il disastro che sentiamo incombere. Non serve molto andare contro gli eventi. A volte ci è richiesto di agire subito, ma dobbiamo imparare a discernere quali circostanze lo richiedono davvero. A volte invece è meglio restare tranquilli, respirare profondamente, recuperare la calma e ampliare la visione delle cose che si è ristretta.

Rumi, il famoso saggio e poeta mistico persiano del 1200 ci suggerisce “Anche se una folla di afflizioni Irrompe impetuosa nella tua casa spazzando via ogni arredo, Onora ogni ospite. Forse ti sta ripulendo Per prepararti a un piacere nuovo”. Forse ha ragione. I cambiamenti ci fanno paura perchè dobbiamo lasciare quello che conosciamo bene, le nostre abitudini E se invece ci ritrovassimo più felici dopo il cambiamento?

Cosa possiamo fare nel frattempo, mentre ci assale la sofferenza e ci lascia senza fiato?

Il maestro zen vietnamita Thich Nhat Hanh – maestro guida della scuola orientale della Mindfulness – ci propone di trasformare noi stessi e le nostre emozioni, ovvero lasciar accadere quel che che c’è ora, senza opporre resistenza. Ci invita a “Guardare la nostra rabbia come guarderemmo un bambino pestifero, Senza rifiutarla e senza odiarla. La meditazione non è ridursi a un campo di battaglia interiore, tutti contro tutti. Il respiro consapevole ammorbidisce e calma la rabbia e la consapevolezza la penetra. Non abbiamo bisogno di evitare o reprimere proprio nulla. La rabbia è solo un tipo di energia e tutte le energie possono essere trasformate. La meditazione è l’arte di usare un tipo di energia per trasformarne un altro tipo.” Insomma ci invita a meditare.

Jon Kabat-Zinn – il fondatore della Mindfulness in Occidente – si chiede: “Come posso rimanere con cuore aperto, con me stesso e con gli altri, in questo momento così disastroso? Ampliando lo sguardo, recuperando la visione d’insieme. Non c’è solo il disastro. Esiste ancora la vita, la bellezza, l’amore se guardiamo il quadro intero“. Possiamo estendere lo sguardo e includere la nostra umanità, la solidarietà, la tenerezza. Troviamo gentilezza amorevole dentro di noi quando riusciamo a tornare al respiro, quando ci accorgiamo che la mente sta vagando lontana. Quando riusciamo a tornare al momento presente, facendo una pausa, fermandoci. Rimanendo con quello che c’è in questo momento, anche in mezzo alla sofferenza.

L’esperienza del momento, immediata e sentita dal corpo è tutto quello che conta. L’esperienza del respiro, completamente in questo inspiro e in questo espiro è tutto quello che conta. Il nostro respiro contiene tutto anche se sembra poco. Un’integrità del nostro essere e l’integrità dell’intera esperienza. Niente da aggiungere, niente da togliere. Con gentilezza e con pazienza.

torniamo alla gentilezza e alla pazienza

Oche selvatiche di Mary Oliver

Non devi essere buono. 
Non devi camminare sulle ginocchia 
per cento miglia nel deserto in penitenza. 
Devi solo lasciar che il dolce animale del tuo corpo ami ciò che ama. 
Raccontami della disperazione, la tua, ed io ti racconterò la mia. 
Intanto il mondo va avanti. 
Intanto il sole e i chiari cristalli di pioggia 
si stanno muovendo pei paesaggi, su praterie e profondi alberi, 
su montagne e fiumi. 
Intanto le oche selvagge, alte nel puro aere blu, 
son di nuovo sulla rotta verso casa. 
Chiunque tu sia, non importa quanto solo, 
il mondo offre se stesso alla tua immaginazione, 
come le oche selvatiche ti chiama, aspro ed eccitante – 
annunciando ancora e ancora il tuo posto 
nella famiglia delle cose.

Marcella Manzini www.etiqameditazione.onweb.it

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